ISCRIVITI ALLA FIOM
FIOM
Elementi di criticità
  • Condividi:
  • Google Bookmarks
Il tasso di sostituzione è certamente il punto più delicato del nuovo sistema, prima di affrontarlo bisogna però sgombrare il campo da una cattiva propaganda che per anni ha detto che il nostro sistema previdenziale avrebbe erogato pensioni da fame, non è così. L'ultima tabella fornita dall’Inps è inequivocabile, un lavoratore che esce nel 2015 con il vecchio sistema a 61 anni e 41 anni di contributi ha un tasso di sostituzione dell’88,3%, chi uscirà nel 2040 alla stesa età lo avrà del 68,6%. Se però portiamo l’età di uscita a 65 con gli stessi anni di contribuzione, mentre per il primo non con cambia nulla, per chi esce nel 2040 il tasso di sostituzione sale al 75,4%. Si consideri in proposito che nel 2040, per effetto del maggior livello di scolarizzazione, i 65 anni come età di uscita saranno molto più comuni di quanto non lo siano ora. Ed anche l'ultima riforma che introduce il pro-quota per tutti dal 2012 penalizza forse un poco i vecchi (il minor valore degli ultimi anni di contribuzione e l’eventuale penalizzazione sono in parte compensati dal poter versare oltre i 40 anni di contributi) e non cambia la situazione per i giovani.
Non vi è dubbio che un certo gap tra i due sistemi rimane, ed proprio per risolvere questo problema che già nella riforma del 1995 era prevista la possibilità di integrare il primo pilastro della previdenza pubblica con un secondo pilastro di tipo complementare e volontario; solo questa scelta fatta per tempo dal lavoratore può garantire un ritorno ai vecchi tassi di sostituzione. Infine un’ultima considerazione sul punto in questione: i tassi di sostituzione del nuovo sistema sono stimati con una crescita media del PIL del 1,5% e un'inflazione al 2% - ossia un paese in buona salute - anche questa è una pre-condizione al buon funzionamento del sistema previdenziale.

Dopo l'ultima riforma non si può non porre tra gli elementi di criticità la questione dell’adeguamento alle aspettative di vita dell’età di uscita sia dell’anticipata che della pensione di vecchiaia, nonché lo stesso criterio già utilizzato per determinare i coefficienti che trasformano il montante contributivo in pensione. Non si tratta di mettere in discussione il principio, il problema è di fare una media unica uguale per tutti i lavoratori come se: tipo di lavoro, reddito, istruzione ect. non influenzassero le reali aspettative di vita dei singoli. L'Inps già ora è in grado di distinguere le aspettative di vita di un operaio anziché di un impiegato o un dirigente, utilizzare i dati così scorporati andando quindi a rideterminare età di uscita e coefficienti di trasformazione distinti per le tre macro categorie, significherebbe fare una operazione sia equa che compatibile con la tenuta finanziaria del sistema.
Il secondo elemento critico è il cosiddetto “rischio demografico”. Il sistema previdenziale italiano rimane anche dopo la riforma del 1995 un sistema a ripartizione, ossia i contributi versati da chi lavora pagano i trattamenti degli attuali pensionati. Questo sistema se per un verso ha il grande vantaggio di tenere legate le generazioni, può però andare in crisi in caso di squilibrio demografico tra una generazione e l'altra. Se cala la base che lavora (visto il tasso di natalità italiano non è una ipotesi così remota) e al contempo cresce quella in quiescenza, il rischio è che due spalle troppo strette siano chiamate a sostenere in peso troppo grande, a quel punto si hanno due possibilità, entrambe nefaste: o crescono i contributi da versare da parte di chi lavora  o cala l'assegno erogato ai pensionati.  

stampa questa pagina
FIOM Reggio Emilia Via Roma, 53 - 42121 Reggio Emilia
Tel. 0522.457347 - Fax 0522.457399